Counseling e Mandala - (Rossella Jannello)

Mandala (dal sanscrito «contenere l’essenza») è un termine simbolico associato alla cultura vedica e in particolar modo alla raccolta di inni o libri chiamata Rig Veda. La parola è utilizzata, anche, per indicare un diagramma circolare costituito dall’associazione di diverse figure geometriche, le più usate delle quali sono il punto, il triangolo, il cerchio ed il quadrato. Il disegno riveste un significato spirituale e rituale sia nel Buddhismo che nell’Induismo dove il Mandala è chiamato Yantra, che è un disegno molto più schematico, che può contenere, oltre alle linee geometriche figure di fiori, umane o animali.

 Non vi è al mondo un altro disegno simbolico così universale come il mandala; compare in tempi diversi e in ogni cultura. Il più antico mandala sin qui conosciuto è una "ruota solare" paleolitica scoperta nell’Africa del sud. E esempi di mandala cristiani si trovano già nel primo Medioevo, mostrando per lo più Cristo nel centro ed i quattro evangelisti ai quattro punti cardinali. E ancora figure mandaliche si trovano nei rosoni delle chiese, nei labirinti dei pavimenti, nelle forme di certi templi come nel Pantheon di Roma, e tali figure compaiono nei siti etruschi e romani. In un  cerchio è inscritto il famoso “Uomo di Vitruvio” di Leonardo da Vinci. Anche la natura attorno a noi spesso si presenta sotto forme mandaliche: nella frutta, nelle pietre, nei fiori, tra gli alberi, su nel cielo. E l’idea del centro e del cerchio protettivo si ritrova in numerose danze popolari oltre che nel girotondo dei bambini. Così come alla Ruota, ancora un cerchio, è dedicata una delle immagini dei Tarocchi, appunto immagini archetipiche.

Nel mondo orientale, dove la cultura del mandala è più diffusa, i mandala venivano dipinti, o potevano perfino costituire la pianta di edifici, come il celebre tempio buddista Borobudur di Giava, o venivano tracciati a terra dai monaci buddisti con polveri colorate e operazioni complesse che potevano durare anche settimane. In questo caso i mandala venivano poi distrutti o lasciati al vento, a ricordare simbolicamente la caducità delle cose umane.

Oltre ad essere disegnati i mandala vengono anche "vissuti": in India esiste la danza del mandala, mentre fra gli indiani Navaho diventava l’essenza per la guarigione. La persona da curare veniva collocata al centro di un cerchio disegnato sul terreno. Attorno a lui lo sciamano tracciava poi simboli e figure utilizzando argille di diverso colore. Poi prelevava un pugno di sabbia dal cerchio e lo strofinava sul capo del paziente, e specialmente nella zona interessata dal male, accompagnando il rituale con canzoni e formule magiche. Al termine del rito il paziente distruggeva il mandala con il suo corpo; il male veniva allontanato e in molti casi la malattia era immediatamente debellata. Il male passava al mandala e tramite il mandala veniva annullato.

Perché il cerchio è per gli uomini una figura così cara? Non è difficile da comprendere se pensiamo alla nostra storia biologica. Deriviamo da un piccolo ovulo appeso nell’utero materno, uno spazio sferico. Usciamo attraverso uno spazio sferico per vivere sulla Terra che è una sfera, attorno alla quale ruota la sfera della Luna che ruota attorno a una sfera più grande, il Sole. Nel cerchio viviamo immersi, insomma, e ne subiamo tutto il fascino.

SECONDO JUNG

Ma perché ci occupiamo oggi dei mandala?

Il grande psichiatra e psicanalista svizzero Carl Gustav Jung associò il Mandala al Sè, il centro della totalità della personalità e ipotizzò che il cerchio attorno il quale il mandala si sviluppa simboleggiasse il bisogno naturale di esprimere tutto il nostro potenziale e la globalità della nostra personalità.

Jung studiò per oltre quattordici anni le figure mandaliche, scoprendo che si trattava sicuramente di archetipi collettivi, proprio per la regolarità e ripetitività dell’uso nelle varie epoche e culture. E scoprendo anche che questo tipo di figure sorgono spontaneamente sotto forma di immagini interiori, soprattutto in situazioni di forte confusione psicologica, nelle nevrosi e nelle psicosi, nel tentativo di rimettere ordine nella psiche "disturbata". Al centro del mandala, per Jung, risiede il Sé, quale entità totale e completa e “simbolo unificatore” che riunisce, aggrega ciò che per altre vie rimarrebbe "scollato".

Lui stesso, dopo un lungo periodo di depressione e di ricerca interiore, ebbe l’impressione di essere uscito da questa lunga notte in seguito alla comparsa, nei suoi sogni, del mandala.

«Ogni mattina - scrive - schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel momento». E questo metodo applica anche con i suoi pazienti. Aggiungendo, dopo tante osservazioni che : ".... il tema dominante del mandala è l’idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all’interno dell’anima, al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L’energia del punto centrale si manifesta in un impulso a divenire ciò che si è ....".

 Un impulso che Jung chiama “individuazione”, un processo naturale che può durare tutta la vita e che tende all’armoniosa unità della personalità, in cui il Sè funge da elemento centrale unificante. Da questo punto di vista, la comparsa di forme mandaliche nei sogni, nell’immaginazione e nei disegni, mostra che il processo di individuazione è in atto. E, quando l’individuazione è pienamente raggiunta, quando si diviene ciò che veramente si è, l’individuo acquista un maggiore equilibrio e non teme più neanche la morte, perché trova un posto nell’equilibrio universale e nel legame con gli altri esseri umani.

A volte però, per vari motivi, il processo di individuazione può arrestarsi: compito dello psicoterapeuta o del counselor è allora quello di aiutare il paziente a liberare il cammino dagli ostacoli che impediscono un continuo sviluppo della personalità.

Da questo punto di vista l’uso del mandala in arte terapia può essere utile come forma di auto rappresentazione in quanto può raccogliere in sé aspetti e momenti significativi del mondo interiore. E’ come un“termometro” dello stato di salute di quella persona. Addirittura, l’arte terapeuta Joan Kellogg (USA), dopo anni di osservazioni cliniche presso la John Hopkins University, ha utilizzato il mandala come indicatore di alterazioni funzionali e cambiamento dello stato della psiche prima e dopo il trattamento.

 

METODOLOGIE

Come possiamo dunque utilizzare i mandala?

Esistono ovviamente diverse metodologie. Per esempio, per comprendere lo stato della propria vita spirituale, si può provare a disegnare un mandala, dove i principali interessi e le attività preferite della persona vengono indicati al centro e poi, man mano, si procede verso la periferia, indicando ciò che conta progressivamente di meno nel proprio ‘mandala personale’. Si può eseguire questo lavoro da soli o in coppia, aiutandosi con un compasso per fare i cerchi e utilizzando penne, colori e pennarelli. Ricordando sempre che ovviamente quello che dobbiamo ottenere non è un opera d’arte, ma un’opera unica: non esiste un mandala ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’: occorre lasciarsi guidare dall’istinto, in modo che l’inconscio possa trovare una sua espressione. Insomma, più che il prodotto, è importante il processo. Dopo aver finito il mandala, occorre dargli un titolo, senza però pensarci troppo. Si può anche scrivere la data in cui si è costruito il proprio mandala.

A questo punto comincia l’osservazione da parte del counselor, o dell’arte terapeuta: che colori sono stati utilizzati? Quali sono quelli predominanti nell’immagine? Che ricordi evocano nella persona quei colori che sono stati usati? Rispondendo a queste domande, si scoprirà molto di quello che riguarda la propria personalità (o la propria coppia): il mandala creato è una proiezione del proprio Sé. Partendo dal mandala si può esplorare tutta la propria vita interiore per comprendersi meglio e migliorare la qualità della propria vita.

Ancora, il paziente viene invitato a disegnare e colorare, secondo la sua immaginazione, una figura circolare. L’unica informazione che gli daremo è che lo spazio interno del cerchio rappresenta il suo “Io” e che deve essere colorato partendo dal centro. Gli chiederemo poi di orientare il disegno nello spazio e di dargli un titolo. Da questo disegno si possono trarre interessanti conclusioni osservando la forma del cerchio: se tracciato in modo nitido o tremolante, e analizzando i colori usati per tinteggiare l’interno.

La stessa costruzione e colorazione del cerchio hanno anche un fine terapeutico, tanto da creare una liberazione nel soggetto, portandolo a una graduale organizzazione e presa di coscienza del suo “Io”.

Oppure, si prescrive alla persona di tracciare diversi mandala in diverse settimane compilando così una sorta di diario intimo che ben racconta la storia personale di ognuno.

Non dimentichiamo infatti che la pratica del mandala persegue tre scopi: centrare, guarire, crescere. Centrare significa cogliere l’essenziale, valutare lo scopo prioritario dei valori della vita. Per guarire, si intende l’espellere i turbamenti, le forze perturbatrici, la malattia. Per crescere si intende il proiettarsi verso una nuova dimensione, verso la meta della catarsi.

 «I mandala - scrive Maureen Ritchie - sono magici specchi del momento presente del nostro cammino: donano forme e colori alla nostra maestosa danza interiore, infinita come l’eternità, che oscilla più vicina e più lontana dal margine del cerchio, muovendosi in dentro e in fuori e passando leggera sulla nostra anima, chiedendo solo apertura e spazio per vedere la luce che rifulge, la ruota che gira di nuovo».

 

* Rossella Jannello, giornalista e counselor, vive e lavora a Catania.



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