La Danza delle energie - (M. Mancini)

 Questo articolo è stato pubblicato su "Famiglia Oggi" nel marzo 2004, e si basa su un'intervista fatta da Manuela Mancini a Franca Errani. Spesso su tende a reprimere nei figli quello che non si ama di sé stessi. In risposta si ottiene solo un superficiale adattamento e un’inconscia ribellione. In tal senso c’è una tecnica terapeutica che permette di equilibrare i vari bisogni e le tensioni di ciascuno.

Sono cambiate le concezioni dei modelli educativi e del ruolo genitoriale e si è passati da una fredda e troppo rigida disciplina a un lassismo esasperato, a un permissivismo che bolla i genitori del duemila più come amici e compagni dei propri figli che come modelli autoritari necessari alla propria crescita.

“Indubbiamente il castigo mette il bambino davanti a una scelta – esordisce Franca Errani, counselor relazionale – o continuare con il suo comportamento o diventare come il genitore vuole che sia. In genere, per proteggere il nucleo più vulnerabile del soggetto, un sé primario comincia a emergere e a adeguarsi al modello familiare: ad esempio, se il bambino viene sgridato ogni volta che è poco gentile o egoista, ecco che il sé gentile e disponibile si sviluppa in modo prioritario, facendo del bambino una persona molto gradevole, attenta agli altri. Il cosiddetto “bravo bambino”. Il problema, però è che la voce opposta va a finire nell’inconscio, e da lì agisce in modo indisturbato, con modalità indirette, nascoste, a volte subdole. Oppure il bambino reagisce in modo diverso alla richiesta sottesa al castigo: si ribella, comportandosi in modo esattamente opposto”.

E di forme di castigo ne esistono tante, alcune sottili e indirette, ma ugualmente forti, come uno sguardo freddo e giudicante, la decisione di ritirarsi dall’affettività manifesta e dall’attenzione, il portare come modello l’esempio del comportamento di un altro bambino, il far sempre pesare il giudizio della gente…

Ma esiste anche un’altra faccia del castigo: quella esplorata stando dalla parte della vulnerabilità del genitore. Un genitore che, molto spesso, tende a reprimere nei figli quello che non vuole vedere di sé stesso. “Ad esempio – continua Franca Errani – una madre può “sgridare” il suo bambino se questi manifesta tristezza, un sentimento molto scomodo per i genitori. Un figlio “triste” è come un atto d’accusa: non sei un bravo genitore! Così questa madre sgriderà il figlio (“Sii allegro! Non hai nessun motivo per essere triste!”). Ed ecco che il bambino imparerà ad essere sempre allegro e gioviale, seppellendo i suoi sentimenti di tristezza, che tuttavia prima o poi si presenteranno per far pagare il conto”.

Allo stesso modo, il bambino si affretterà a rinnegare i sé che rappresentano il suo egoismo, la sensualità, l’amore per l’avventura o qualunque altro aspetto i genitori non amano in lui.

Uno specchio veritiero

In quest’ottica, i figli rappresentano uno specchio lucido e veritiero delle voci rinnegate dei genitori. Guarda caso, il figlio rimanda all’adulto proprio quegli aspetti o “sé rinnegati” che egli non vuole vedere o sentire, quelle parti che creano disagio, imbarazzo, vulnerabilità. Perlomeno, questa è l’affascinante ipotesi proposta dal Voice Dialogue (Dialogo delle Voci), una tecnica terapeutica, creata negli anni ’70 dagli psicoterapeuti americani Hal e Sidra Stone, autori di Il dialogo delle voci (Amrita, 1996), Tu & Io (Mir Edizioni, 1999) e Il Critico Interiore (Editoriale Futura, 2002), che prende spunto dalla psicoanalisi junghiana arricchendola con elementi derivanti dalla Psicosintesi, dalla Gestalt e dall’Analisi Transazionale producendo uno strumento unico e originale, di grande flessibilità e ricchezza. L’asserto di base del Voice Dialogue è che nessuno di noi costituisce un’entità psicologica unica, bensì da numerosi sé interiori o sub-personalità, ciascuna delle quali ci tira verso di lei per avere la nostra attenzione e vedere i suoi bisogni soddisfatti. Ognuno di questi sé molteplici, che ha voce dentro di noi, ha una sua vita autonoma vera e propria, con desideri, tendenze e comportamenti propri.

Con alcune di queste parti siamo totalmente identificati, le abbracciamo fin dall’infanzia: sono quelle che vengono definite “sé primari” e che costituiscono la nostra personalità operativa e socialmente accettabile. Sono i sé che ci fanno agire e reagire. Il primo dei sé che si sviluppa è chiamato il Protettore/controllore (che controlla il comportamento nostro e delle persone attorno a noi), c’è poi l’Attivista (che ci spinge a portare a termine gli impegni e ci tiene occupati), il Perfezionista, (la parte di noi che stabilisce degli obiettivi di perfezione, su tutti i fronti) il Critico interiore (che rivela i nostri errori e inadeguatezza), il Gentile (sempre pronto e disponibile a soddisfare i bisogni e le richieste degli altri).

Sono tutti, in genere, sé primari, accettati e approvati a livello sociale perché la loro funzione è di proteggere il bambino vulnerabile e di controllare sia il nostro comportamento che quello delle persone intorno a noi. Attraverso questa prima energia il bambino, che dipende in tutto e per tutto dal mondo degli adulti per essere accudito, protetto e amato, impara che c’è una reazione esterna ad ogni suo comportamento: di accettazione o rifiuto, di amore o di abbandono. Il Protettore/controllore, quindi, “chiamerà a sé” quelle parti che fanno sentire il bambino amato e protetto.

Il Protettore ha come alleato l’Attivista, che ci spinge a portare a termine gli impegni e ci tiene occupati, in modo che il nostro bambino vulnerabile senta che siamo persone valide e che le persone ci ammirano. La sua energia è feconda, ma può risultare un ostacolo quando vogliamo riposarci o entrare in intimità con qualcuno: non c’è mai tempo!

Un altro grande alleato del Protettore/controllore è il Perfezionista, la parte di noi che stabilisce degli obiettivi di perfezione, su tutti i fronti: il nostro aspetto deve essere perfetto, così come il nostro comportamento e le nostre relazioni. Il Perfezionista non ha alcuna tolleranza verso la fragilità umana ed è molto apprezzato nell’ambito sociale: abbiamo bisogno di lui per stabilire degli standard in certi contesti, per esempio eseguire un’operazione chirurgica o progettare degli edifici anti-sismici, ma la sua intransigenza può rivelarsi tragicamente eccessiva nella nostra vita personale.

Anche il sé Critico interiore lavora a fianco del Perfezionista per proteggere il bambino vulnerabile. Se il Critico rivela i nostri errori e inadeguatezze, correremo ai ripari, nulla di  noi potrà dispiacere e il bambino vulnerabile resterà al riparo da ogni critica: questo è il suo ragionamento. Sfortunatamente, quando il Critico ha finito la sua opera , la nostra autostima è a pezzettini e ci sentiamo completamente non amabili. Così non ci resta che affidarci nuovamente ai vecchi amici, l’Attivista e il Perfezionista e lavorare ancora più duramente per renderci accettabili, con l’aiuto di un altro sé: il Gentile. Estremamente sensibile ai bisogni e ai sentimenti degli altri, ci guida con tatto nel delicato compito di soddisfare queste aspettative, in modo che gli altri abbiano una buona opinione di noi, ricordandoci però che se ascoltiamo senza sosta il Gentile, tendiamo a dimenticare i nostri desideri.

Conosciuti e utilizzati in modo costruttivo, tutti questi sé possono aiutarci nel meraviglioso viaggio alla scoperta di noi stessi, ma se esercitano un controllo totale, rischiamo di impedirci di contattare le infinite e meravigliose risorse che esistono al di là del conosciuto e del familiare.

 Abbracciare gli opposti

Ecco che allora il Voice Dialogue ci aiuta a diventare più consapevoli dei flussi energetici dei sé primari e dei sé rinnegati, creando così una grande liberazione e fluire di energia e permettendoci di sviluppare, oltre all’Ego operativo, anche l’Ego consapevole. Sarà proprio quest’ultimo, uno stato d’essere neutrale, a farci abbracciare gli opposti per permetterci di compiere scelte più libere e consapevoli, non più reattive e automatiche.

“E’ uno strumento di crescita interiore – spiega Silvana Borile, facilitatrice di questo metodo – un processo di consapevolezza, un aiuto nella comunicazione e nella gestione sana e responsabile dei nostri rapporti, che ci insegna a metterci in contatto con quelle energie sconosciute che, una volta attivate, potranno darci un aiuto speciale e risposte nuove in molti ambiti della nostra vita”.

Così tanti più sé contatteremo, tanto più ricche e complete saranno le nostre relazioni e la nostra vita. Ed ecco che, in tal senso, la relazione coi figli ci obbliga a prendere responsabilità di questa famiglia interiore nella sua totalità, per quanto caotici e imbarazzanti possano essere alcuni dei suoi membri. Essa ci offre anche i doni di ognuno di questi sé, con le sue caratteristiche fisiologiche, il suo punto di vista e il suo modo di osservare e comprendere il mondo. Proprio come ci racconta Franca Errani. “Sto lavorando con una coppia di genitori che hanno una figlia terribile, molto egoista, ribelle, che fa quello che le pare e dice sempre “no”. E, guarda caso, entrambi i genitori vivono dei sé primari privi di limiti; sono infatti due persone eccessivamente disponibili, sempre pronte a dire di “si”, molto attente agli altri e poco a sé stesse. Ed è come se la figlia portasse il rinnego di tutti e due! Dopo averla sgridata e bollata da “egoista”, ora che stanno imparando a gestire i propri confini, a guardarla con occhi nuovi e non giudicanti, lei si sta liberando dal suo ruolo di ribelle. La polarità gentile/egoista-senza-limiti può essere ridistribuita in modo più equilibrato tra i componenti della famiglia. Ma per fare questo si è dovuti uscire dalla logica del castigo e del giudizio”.       

 

Manuela Mancini è giornalista e terapeuta del Respiro (Transformational Breath)

 



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