Mamme cattivissime? Di Elizabeth Badinter
Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste
Di Elizabeth Badinter. Edizioni il Corbaccio, 2011
Recensione di Franca Errani
Elizabeth Badinter è sempre stata un’autrice appassionata e appassionante, lucida e sferzante, che ha portato avanti tesi che fanno pensare, discutere, scuotendo i pregiudizi, incalzando, potendo interrogativi (ricordo il suo libro “L’amore in più” che a suo tempo fece ugualmente scalpore…). Quest’ultimo libro, uscito con il titolo italiano “Mamme cattivissime?”, e sottotitolo “La madre perfetta non esiste” – ha in francese il titolo: “Il Conflitto. La donna e la madre”. Più ampio e generale il titolo francese, più circoscritto a una delle tesi – certamente tra quelle più importanti – portate avanti dall’autrice, quello italiano. Anche se lo sguardo di Badinter è principalmente rivolto alla Francia e alle donne francesi, i dati che riporta nel suo libro spaziano dai paesi del nord Europa al Giappone, dall’Italia alla Spagna, confrontando i tipi di sostegno che le donne ricevono rispetto alla maternità, il tipo di società, i ruoli lavorativi… cercando di fornire un quadro in movimento dei cambiamenti avvenuti negli ultimi trent’anni.
L’autrice intreccia due temi che percorrono il libro, e che dal punto di vista del Voice Dialogue possono essere visti come i sé collettivi che regolano determinati aspetti della vita pubblica – e quindi anche privata. Il primo tema è legato al rientro potente del patriarcato, dopo le lotte femministe (di cui Elizabeth è stata esponente peraltro critica), rientro in certo modo subdolo su questo tema, che istilla nella donna l’idea che per essere una buona madre occorre lasciare il mondo del lavoro e dedicarsi al 100% al proprio bambino; il secondo a come la filosofia del naturalismo, in forte crescita nello stesso periodo, sia divenuta, forse senza neppure accorgersene, un’alleata di questo patriarcato dominante. La corrente ecologica che promuove l’allattamento al seno a richiesta, di lunga durata, il “co-sleeping” (tenere il bambino a dormire nel letto dei genitori), il ritorno a casa della donna, finisce per fare del bambino il centro dell’universo famigliare, e per trasformare la donna in una madre a tempo pieno, dimentica del suo essere donna, moglie, compagna, amante, persona con interessi personali e indipendenti…
Questo intreccio, secondo l’autrice, è responsabile della difficoltà, per la donna, di riconoscere e ammettere la sua ambivalenza rispetto alla maternità e all’allattamento. Non tutte le donne vogliono dei figli; non tutte si sentono adatte a questo ruolo. Oppure non si sentono di allattare… Ma oggi la società le colpevolizza; se una donna non può avere figli (childless) ecco che i sentimenti sono di compassione, empatia, solidarietà; se la donna ammette di non volerne (childfree), di vivere meglio e più pienamente col suo partner, sentendosi compagna e amante, ecco che scattano giudizi di egoismo, di problemi psicologici, insomma di qualcosa di cui si dovrebbe occupare uno psicologo.
I toni con cui l’autrice parla della Leche League (LLL) sono a volte ironici; dal suo punto di vista, questa associazione, diffusa in tutto il mondo, sostiene l’allattamento al seno « ad ogni costo » e senza limiti di età per il bambino. Un altro punto interessante riguarda il ruolo del padre, che secondo LLL, specialmente nei primi mesi della nascita del bambino, dovrebbe essere quello di sostegno e nutrimento della madre, così che lei possa a sua volta concentrarsi sull’accudimento del bambino. Insomma, tutti questi miti e ideali colpevolizzano le donne che scelgono di allattare artificialmente, creando una divisione tra la brava madre ideale (che segue la natura e demonizza ad esempio i latti artificiali) e quella che potremmo definire “individualista edonista” (che si affida ai sussidi “tecnologici”)… Badinter è molto sensibile al minimo odore di assolutismo in questi nuovi – antichi temi, in queste ideologie che creano divisione e pregiudizio fra le donne, indebolendole. Cosa vuol dire “naturalità”?, si chiede e ci incalza a chiederci l’autrice. E’ davvero “naturale” per ogni donna volere dei figli, e volerli secondo le nuove regole che stanno emergendo (o meglio che riemergono)? Come si concilia la parità dei sessi, o supposta tale, con il ruolo materno così come oggi viene idealizzato? E forse questa eccessiva idealizzazione è tra gli elementi, oltre ai tanti altri, che contribuisce invece a ridurre il desiderio di figli? Come scrive nel libro: “Il fatto di scegliere di essere o no madre deve essere analizzato in termini di normalità o di devianza? Non ci si interroga mai sulla legittimità del desiderio di avere un figlio. Eppure nessuno ignora i danni dell’ irresponsabilità materna. Quanti bambini vengono messi al mondo per svolgere un ruolo di compensazione, di giocattolo o di accessorio delle loro madri? Quanti bambini maltrattati o abbandonati a se stessi vengono catalogati come profitti e perdite della natura? Stranamente, la società sembra più incuriosita dalle donne che misurano le proprie responsabilità piuttosto che da quelle che le ignorano…”.
Un pregio del libro, secondo me, è quello di evidenziare come ogni idea, movimento, quando portato all’eccesso diventa ideologia e ci rende fragili rispetto all’uso, più o meno cosciente, che ne fa il potere. Ad esempio il tema della “naturalità” dell’essere madre, con il conseguente mito dell’essere genitori… e i susseguenti sensi di colpa se, a cose fatte, il tutto non è poi così esaltante e soddisfacente! Per non parlare dei sentimenti di inadeguatezza e dei sensi di colpa che provano le giovani madri quando non riescono o possono allattare. Anche qui i miti si sprecano – i bambini allattati al seno sono più intelligenti, emotivamente più stabili ecc… Insomma, la società tende a proporre un modello unico, che tra l’altro ha il vantaggio di “riportare le donne a casa” oltretutto… di loro volontà!
Il libro, pur scritto da una filosofa, ha un taglio sociologico, si basa su numerose e nutrite statistiche e riflessioni ad ampio raggio, con una prospettiva su tante nazioni… e al tempo stesso muove un profondo livello di riflessione psicologica, individuale: chi sceglie, dentro di me donna? Quali spinte collettive mi stanno plasmando? Mi rendo conto della potenza delle ideologie dominanti? Come e quanto le condivido? Quali aspetti ritengo fondanti della mia identità? Cosa sono disposta a “mollare”? Che rischi corro? Sono donna prima che madre? O la madre in me domina sugli altri aspetti della mia vita? Come posso conciliarli? Sento il bisogno di essere perfetta? E in che modo questo mi frena dal tentare le esperienze della mia vita?
Per finire: Elizabeth ha tre figli…
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