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La Resilienza – (Franca Errani e Giovanni Civita)

10Dicembre 2012
by Franca Errani

Questo termine è entrato da alcuni anni nel campo della psicologia evolutiva e della pedagogia; si tratta comunque di un ambito di studio ancora relativamente poco esplorato[1]. La nascita di un termine non è un processo irrilevante…

…Esso infatti rivela aspetti ancora messi poco in luce, ne fa comprendere le potenzialità e letteralmente genera nuovi percorsi terapeutici, riorganizza concetti, influenza la percezione dei fenomeni. Il termine resilienza sta attivando un “percorso di liberazione” da una cultura eccessivamente orientata a misurare, della persona o del bambino, soltanto o quasi gli aspetti fragili, contribuendo a creare, anche inconsciamente, un atteggiamento paternalistico verso la sofferenza psichica, che mantiene la persona in uno stato di vittima.

La resilienza mette in rilievo la stupefacente capacità umana di “tornare a saltare, saltare prendendo un’altra direzione”: questo è il significato etimologico di questa parola (dal latino re-silio). Estratta dal mondo dei metalli, dove infatti indica in modo scientifico la loro capacità di assorbire i colpi – magari restando ammaccati, ma senza spezzarsi come farebbe ad esempio il vetro, questa parola ha un’antica connessione con il dio Marte: i suoi sacerdoti erano infatti detti Salii, e si muovevano in processione, appunto, saltando. Nel mito romano Marte, oltre che dio della guerra, è stato anche un dio dei boschi: anzi questa era la sua più antica origine; i boschi e le greggi, le danze e la natura fanno da sfondo al suo aspetto più corrusco di guerriero insaziabile.

La resilienza è diversa dalla “resistenza”, il termine psicoanalitico con cui si identifica la tendenza della persona a chiudere gli occhi davanti ai suoi traumi, fino a rimuoverli. La persona resiliente, invece, sa bene che ha vissuto un trauma, che anzi ne caratterizza l’identità ma in termini creativi. “Io sono quello” dice il bambino resiliente… “che ha subito la violenza, l’abuso, la tragedia della guerra e della morte… ma  quando sarò grande… scriverò, dipingerò, mi occuperò di bambini maltrattati, di genitori rimasti soli, diventerò un adulto capace di amare, di lavorare, di trasformarmi!” .

Da sempre, inoltre,  la letteratura ne ha parlato: pensiamo a David Copperfield o a Rémi, il piccolo “senza famiglia”, a Mowgli di Kipling… bambini feriti, abusati e soli che diventano adulti capaci di amare e di svilupparsi sanamente.

Troppo spesso la cultura terapeutica mette eccessiva attenzione alla parte della sofferenza, e trascura il processo di guarigione, di ristabilimento, di evoluzione. Oggi sono migliaia i bambini che sono stati vittime di inondazioni, guerre, terremoti, solitudine, mine… molti, moltissimi di loro sono i “vincitori feriti”: coloro che grazie alla flessibilità emozionale, alla capacità di adattarsi, al senso dell’umorismo, alla creatività hanno riscattato in modi straordinari la grave ferita iniziale. Sono i nostri insegnanti.

Abbiamo dato qui esempi particolarmente forti, ma la resilienza appartiene ad ogni essere umano, come qualità innata, e mettere l’accento su questa caratteristica significa uscire dalla trappola della “profezia che si autoavvera”. Ma lasciamo la parola a Tim Guénard,  bambino abbandonato precocemente, vissuto in orfanatrofio, poi ladruncolo e teppista, ora terapista della Associazione Altruisme: “ Non ho paura di dire che ho vissuto una vita a dir poco bizzarra. Abbandonato da mia madre e picchiato da mio padre, in seguito a tali avvenimenti ho passato tre anni in ospedale, dove sono diventato un bambino “contorto”. Un tempo avevo vergogna di tutto ciò. Nel mio ambiente si diceva che i bambini che avevano subito percosse nel 75-80% dei casi avrebbero riprodotto lo stesso scenario: “talis pater, talis filius”. Una volta ho persino sentito un educatore che parlando di me affermava: “Cosa possiamo fare con lui, con i genitori che si ritrova?”. (…)  Dopo l’ospedale andai all’orfanatrofio dell’Assistenza pubblica. Non sono mai stato scelto perché mettevano in bambini in riga e sceglievano per primi quelli più carini; mi resi conto che facevo parte dei frutti andati a male, quelli che hanno delle ammaccature e vengono messi da parte. (…) Se oggi sono un uomo fortunato, con una moglie, quattro figli e degli amici, questo lo devo anche al mio passato. Quando vado in prigione a trovare i carcerati, mi dicono spesso la stessa cosa: si sentono “contorti” (ma non fa niente: se sulla terra dovessi sradicare tutti gli alberi contorti non avremmo più vino, olio d’oliva e frutta; alle piante che non stanno in piedi da sole si mette un tutore…)[2] .

Gli studi sulla resilienza confermano la plasticità della nostra psiche, che continua a trasformarsi ben al di là dei primi anni di vita; aiuta a modificare un atteggiamento a volte troppo deterministico e fatalistico riguardo al disagio psichico, invitandoci a trasformarlo, come si fa con le opere d’arte; ci rassicura che lo “stile affettivo” appreso nell’infanzia può cambiare profondamente ed evolvere sotto la spinta di altre, positive influenze.

Possiamo ora individuare alcuni aspetti legati al Bambino resiliente:

  • l’umorismo,
  • la curiosità,
  • la creatività,
  • il contatto con la natura,
  • la “plasticità” affettiva,
  • il mondo del sogno, del gioco e della fantasia,
  • il gusto per l’avventura….

A voi il piacere di scoprire altre caratteristiche del vostro “Mondo Resiliente”!

Copyright Franca Errani e Giovanni Civita. Se lo utilizzi, tutto o in parte, grazie di citare la fonte.

 


 

[1] Cfr. B. Cyrulnik, E. Malaguti (a cura di) Costruire la Resilienza, Erickson 2005

[2] Cfr B. Cyrulnik, cit.

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