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La coppia, l’ombra, la luce

24Aprile 2017
by Franca Errani

Ci, sono, nella coppia – in ogni coppia – misteri fatti di attrazione e paura: ciascun partner porta nella relazione anche la sua “ombra”. Come fare? 

Come dicono poeticamente i Pink Floyd: E se ti mostro il mio lato oscuro mi stringerai a te comunque stanotte? E se t’apro il mio cuore e ti mostro il mio lato debole che farai?

C’è un racconto di Ray Bradbury, autore di fantascienza (e non solo) di altissimo livello, intitolato “Buh”. Ci sono due giovani, Beth e Charles, che si amano follemente, si sentono immersi in una Storia d’Amore di quelle con le maiuscole. Quelle con i punti esclamativi e i fuochi d’artificio e il cielo sulla Terra. E’ già più di un anno che stanno insieme con tenerezza e passione. Una mattina, a colazione, Beth propone a Charles un gioco: “Buh”. Lui non ne sa nulla; lei è felice, gli dice che gli piacerà, che lo faranno di sera. Entrambi sono contenti.

Arriva la sera. Anzi la notte. Beth infatti aspetta mezzanotte per far partire il gioco. Lui è curioso e indulgente, la vede entusiasta come una bimbetta; lei detta le regole: il buio (o meglio una luce molto bassa) e il silenzio. Lui resta sul letto, lei scompare. In un crescendo di inquietudine il silenzio si prolunga, e le apparizioni di Beth lo terrorizzano: le mani gli sembrano artigli, zampe di ragno; ombre disincarnate che si muovono negli armadi; fino a che una cappa scura balza sul letto, a quattro zampe, con una massa nera di capelli scompigliati, gridando “Buh”! con quanto fiato ha in corpo. Il fiato si gela nella gola di Charles: quella Beth “era una donna che non aveva mai visto”. Scoppia a piangere.

Lei è dispiaciuta, piange, accende la luce, lo bacia, cerca di rassicurarlo.

Ma ormai la relazione è incrinata, la coppia è in difficoltà. Beth gli propone di fare lui il gioco, di essere lui quello che spaventa l’altro, che fa “Buh”… ma: “Lui aspettò perché non riusciva a respirare. “No”. Non voleva conoscere quella parte di sé. Gli spuntarono le lacrime agli occhi. “Oh, no”, disse”.

Così finisce il racconto. Il corsivo è mio: conoscere la propria ombra fa paura. Non volerla conoscere ci rende paurosi, cauti, rigidi, congela la nostra capacità di amare. Naturalmente conoscere le nostre parti scomode, paurose, goffe, crudeli, prepotenti o rabbiose è un impegno non da poco e va portato avanti con intelligenza: l’Ombra, che è un grande archetipo,  va “mangiata” un poco alla volta, per non farsene sommergere. Ogni coppia si trova davanti a questa sfida. Beth aveva trovato un modo, un gioco, qualcosa che invita il buio e lo contiene, lo ritualizza, gli fornisce una cornice, un inizio e una fine. Il suo archetipo  “strega”  è emerso, ma Charles non era pronto: ha continuato a proiettare la sua parte “oscura” sulla compagna, lasciandola osare da sola.

Nel suo “Il Piccolo Libro dell’Ombra” Robert Bly usa la metafora di un sacco, di uno zainetto in cui ciascuno di noi “mette via” le sue parti “ombra”, le parti ritenute inaccettabili. Più grande diventa questo sacco, più parti di noi riteniamo “brutte”, non mostrabili agli altri, meno energia abbiamo nella vita e nelle relazioni. In pratica, questo sacco personale è energia non disponibile; nel suo temerario gioco “Buh”, Beth ha rischiato: ha rischiato di tirare fuori dal sacco la sua “strega”, quel mondo notturno e inquietante del femminile che spaventa l’uomo – così come la donna è spaventata dagli aspetti prevaricanti del maschile. C’è una forza ma anche una fragilità nel mostrarsi in questo modo: si può rischiare di perdere. Perdere un’occasione, perdere una relazione.  Nella coppia, tutto questo è particolarmente vivo e sfidante. Come accade a Beth e a Charles.

Ricorda: l’ombra è ciò che abbiamo nascosto, e non è essenzialmente distruttiva (anche se lo può diventare, se viene compressa troppo e troppo a lungo).

Estratto da Lovely Planet. Se ti interessa acquistare il libro, ecco il link:https://www.innerteam.it/libri/lovely-planet-relazioni-di-coppia/

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Si cresce meglio insieme. 
Franca Errani
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