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L’attacco di panico (Edi Salvadori)

30Ottobre 2012
by Franca Errani

Negli anni ’80, Giovanni B. Cassano definì la depressione “il male oscuro”, indicando con questa affermazione quella precipua condizione fisica e psichica di coloro che vivono uno stato di apatia e tristezza quasi perenne o comunque alternato a periodi di iperattività e che percepiscono un senso di inadeguatezza in quasi tutto quello che fanno….

Oggi potremmo utilizzare questa espressione anche per indicare l’attacco di panico, “il male oscuro” del XXI secolo, vista l’estensività, la frequenza e la facilità con cui insorge, senza che l’individuo si trovi in situazioni di particolare stress.

Il DSM-IV definisce l’attacco di panico come “un periodo distinto di intensa paura o disagio”, accompagnato da almeno quattro sintomi somatici o cognitivi quali, tra gli altri, palpitazioni, tremore, tachipnea, sudorazione e senso di soffocamento. L’attacco di panico è la paura di aver paura … è la paura di impazzire … è la paura di morire.

Questa emozione, suscitata da motivazioni diverse, viene in genere “tenuta a bada” dal sistema primario della persona: ad esempio dalle Parti razionali e forti, che cercheranno per quanto possibile di soffocare il grido di aiuto delle parti più vulnerabili; dal sé che si vergogna e non vuole rivelare il disagio; dalla Parte disponibile, che si occupa di dare agli altri – con una inconscia speranza di avere qualcuno che potrebbe sostenere… e anche da molte altre!

Questo meccanismo non fa altro che confermare la struttura “politeistica” della psiche umana (affermazione condivisa non solo dalla Psicologia dei sé ma anche da Jung, Hillman, dalla Gestalt, ecc).

Ma quale polarità dentro di noi prova questa emozione? Sarà la nostra polarità adulta o il nostro/a bambino/a vulnerabile che utilizza questo mezzo estremo per farsi ascoltare, perché fino a quel momento tutti i suoi appelli sono stati disattesi?

Francesca ha 30 anni, conosce molto bene l’inglese e, proprio per questo, lavora come impiegata presso un’azienda che commercia con l’estero. La sua famiglia d’origine è composta dai genitori, dal fratello più piccolo e dalla nonna (il nonno è morto due anni fa). Quando rientra dal lavoro va a casa della nonna, per non lasciarla sola, mentre il fratello vive in casa con i genitori. Otto anni fa è stata lasciata dal fidanzato, dopo una relazione durata molti anni, ma i suoi attacchi di panico erano già iniziati un anno prima della fine della loro storia. Nel periodo successivo alla rottura, Francesca inizia a spendere in modo smodato e irrefrenabile; addirittura prende di nascosto oggetti di valore nella casa familiare per venderli; questo farà insorgere in lei un grande senso di colpa. Quando decide di iniziare il suo cammino di crescita lo fa perché si sente bloccata, non perché ha gli attacchi panico..”

Francesca può essere presa come l’emblema di tutte quelle persone che vivono questa condizione psicofisica, ma che tendono a tenerla nascosta, vergognandosene e alimentando ancora di più la loro “panic room”, negando a se stessi il disagio emotivo che si cela al suo interno, pensando magari che questa non sia altro che la sintomatologia che precede un disturbo cardiaco, polmonare o cerebrale.

Ma come mai adolescenti, giovani e adulti soffrono sempre di più di questo disturbo? Le ragioni vanno sicuramente ricercate in ambito sociale, all’interno di quella condizione di grande incertezza e instabilità in cui vive l’individuo, sia sul piano lavorativo che scolastico. Non solo: è soprattutto all’interno del nucleo familiare, sempre più ristretto, che si inizia a generare la perdita energetica di una parte di sé. Infatti è sempre più presente la predominanza di una delle due figure parentali e questo crea uno sbilanciamento energetico che nel tempo produce i primi campanelli di allarme. Fra questi vanno ascritti quelli che vengono percepiti come piccoli dolori fisici (mal di testa, astenia, difficoltà digestive, colite…), mentre in realtà sono le prime forme di comunicazione del nostro corpo (questo diviene il mezzo attraverso il quale la nostra vulnerabilità cerca di parlare con noi). Se sapessimo ascoltarlo, comprenderemmo che il nostro corpo sta solo cercando di dirci che dietro quel fastidio si cela un’emozione – paura, rabbia, tristezza… ma noi facciamo “orecchi da mercante” e pensiamo di risolvere tutto con una pillola. Ma le sofferenze dell’anima hanno bisogno di ben altro per essere lenite.

Il nostro bambino interiore, bisognoso di affetto, di attenzioni e di essere sostenuto, quella parte sensibile che custodisce queste sofferenze e i ricordi più profondi, dinanzi a questo nostro atteggiamento si sente ancora più solo, più incompreso, non accudito, al punto che per farsi ascoltare non ha altro strumento che quello di creare un disagio così grande che ci costringe a fermarci – e, finalmente, ad ascoltarci.

Quando si verificano queste dinamiche il nostro bambino diventa sempre più ansioso e impaurito, perché continuamente sottoposto a frequenti sollecitazioni; più queste aumentano più noi continuiamo a rinnegarlo, perché siamo soliti attribuirgli tutta una serie di accezioni negative, senza voler cogliere i quei messaggi positivi che questo nucleo racchiude – primo fra tutti il bisogno di proteggerci, di rispettarci e di farci rispettare, in una parola di AMARCI.

Francesca si trovava nella casa in affitto di Roma (frequentava l’università da tre mesi), quando ha avuto il primo attacco di panico. Era a letto con il fidanzato, all’improvviso ha iniziato ad avvertire agitazione di stomaco, poi un senso di soffocamento alla gola e da ultimo le gambe rigide. Da quel momento gli episodi sono diventati molto frequenti. E’ stata in cura da uno psichiatra per un anno, poi ha deciso di interrompere le sedute e gli psicofarmaci, perché non vedeva “grandi giovamenti” per cui, ciclicamente, continua a vivere questo disagio fisico, che non le consente di fare progetti a lungo termine”.

La prima volta che Francesca è venuta a studio aveva il volto sorridente ma gli occhi tristi, e quando ha accennato al disturbo lo ha fatto sorvolando, quasi volesse far scivolare via quelle parole, e tenendo gli occhi bassi, forse per paura di vedere riflesso nel mio sguardo il suo panico (atteggiamento analogo hanno altri clienti che soffrono di questo disagio).

In questi casi è fondamentale aiutare la persona a riconoscere il significato positivo di quel disturbo attraverso il ripristino dell’autopercezione: infatti si è verificata una “prevaricazione” del sé razionale, tutto concentrato sulla mente, o della Parte disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Questi Aspetti primari tentano di non far entrare la persona in contatto con il suo bambino vulnerabile, perché questa parte così antica custodisce il ricordo delle più grandi ferite. Il modo migliore per farlo è appunto quello di minimizzare il sintomo, facendo perdere il contatto con il corpo fisico.

Riappropriarsi della percezione corporea è un passo fondamentale: il contatto può essere raggiunto chiedendo alla persona di percepire una parte del corpo, ad esempio il cuore o la pancia, i polmoni o lo stomaco o le gambe, poi di visualizzarla e di sentire le eventuali sensazioni che riceve da essa. In questo modo si favorisce la riapertura del dialogo con la “famiglia interiore”. E’ poi utile chiedere alla persona di rappresentare iconicamente ciò che ha provato, cosa che aiuta ad osservare attentamente il frutto del suo lavoro. La creazione di immagini piace moltissimo ai nostri bambini interiori: il disegno (la pittura, le matite ad olio o a cera in particolare) è il modo attraverso il quale riescono ad esprimersi con assoluta libertà.

L’autopercezione è l’inizio del cammino verso la consapevolezza. Per questo è necessario prestare attenzione alla gradualità della tecnica del Voice Dialogue, in quanto è fondamentale non far scattare nella persona il giudice interiore (che potrebbe definire il Facilitatore “uno stregone che vuol fare delle magie” oppure “un individuo che sta dicendo una marea di stupidaggini, senza alcun fondamento scientifico”) ma neppure il suo critico interiore, che potrebbe denigrare la persona stessa affermando che “è il solito cretino, che non riesce a cavarsela da solo, che ha sempre bisogno di aiuto…”.

Proprio per questo, per favorire la separazione fra le polarità che hanno protetto l’individuo e quelle che sono state rinnegate, nelle prime tre o quattro sedute è preferibile utilizzare tecniche come la triangolazione, il rientro nel sogno o lo psicogenogramma, prestando particolare attenzione alla fase della visione lucida, che può essere fatta anche se non c’è stato lo spostamento fisico (come nella classica tecnica della seduta di Voice Dialogue). La visione lucida infatti costituisce un momento importante per favorire l’integrazione dell’esperienza, facendo rivivere ciò che è emerso durante la seduta in modo neutrale e oggettivo . Solo successivamente si passerà alla seduta “classica” con lo spostamento. Ecco un estratto di un colloquio avvenuto dopo alcune sedute:

Facilitatore: “Per favore Francesca mi dai l’opportunità di parlare con la tua parte bambina, che tu avverti sulle gambe, per darle la possibilità di esprimersi e di dire ciò che le preme?”

Francesca: “Certo”

Francesca si sposta lentamente sul lato sinistro della stanza, andando ad incastrarsi fra la porta e la parete, in modo da avere le spalle coperte. L’energia inizia a parlare, il passaggio dallo stato adulto a quello di una bambina molto piccola è quasi percepibile come una vibrazione diversa. Alla domanda da quanto tempo stesse con Francesca, la parte bambina risponde: “Da sempre, da quando è nata”.

Facilitatore: “Sei tu che le fai avvertire il senso di soffocamento e la rigidità alle gambe?”

Bambina vulnerabile: “Certo, era l’unico modo per farle sentire e capire il mio disagio. Lei si atteggiava da adulta, voleva crescere, fare l’indipendente, ma io non sono in grado di fare tutto da sola… Io volevo che lei chiedesse aiuto alla famiglia, anziché fare l’orgogliosa e l’indipendente. Io volevo i miei genitori a sostenermi!” (dice con dolore antico)

Facilitatore: “Ti capisco, era di questo che avevi bisogno… Forse quando Francesca ha preso la decisione di andare a vivere a Roma ti sei spaventata. Hai cercato di farglielo capire?”

Bambina: “Sì, le ho fatto venire il mal di stomaco, l’ho fatta sentire stanca, ma lei non mi ha ascoltata”.

Facilitatore: “Mi pare di capire che questo non ha fatto altro che aumentare la tua paura (l’energia annuisce, mentre resta a braccia e gambe incrociate, con le spalle chiuse verso l’interno)… Forse ogni volta che lei decideva di uscire la sera, o andava all’università, in un mondo che tu non conoscevi, non ti sentivi tranquilla, protetta…”

Bambina: “Proprio così! E poi quel suo ragazzo… anziché sostenerla le si è appiccicato addosso”.

Per sfuggire da una famiglia iperprotettiva che non le aveva neanche consentito di fare l’esperienza di cadere, quando aveva iniziato a muovere i primi passi, Francesca aveva cercato di tagliare il cordone ombelicale in modo troppo repentino. L’attacco di panico celava il bisogno di essere aiutata nel suo processo di indipendenza, nel suo bisogno di libertà. Il suo Aspetto orgoglioso aveva coperto questa necessità, non gliel’aveva fatta ascoltare, favorendo così l’insorgenza del disagio. A ciò si era aggiunto un compagno di viaggio che si era aggrappato a lei, senza darle niente di profondo in cambio… almeno questa era la percezione della giovane donna. Ecco che le parti vulnerabili si erano sentite schiacciate da questi pesi eccessivi. In effetti, giù da tanti anni dentro Francesca si agitava lo scontro fra il suo Aspetto indipendente, che voleva affrancarsi da una madre iperprotettiva che tuttavia, nonostante amasse infinitamente la figlia, non aveva saputo nutrirne il bisogno di affetto. Francesca affermava di non aver mai percepito “il senso della famiglia”. I nonni infatti erano sempre presenti, ma si intromettevano nelle discussioni tra i genitori e la figlia; insomma, la sensazione vissuta da Francesca era sempre stata quella di un “bisogno di coccole” insoddisfatto.

Ma l’attacco di panico non è solo questo. Vediamo che nel caso di Daniela (30 anni) il bisogno profondo che emerge dietro è quello di essere accettata. Daniela era stata rifiutata dal padre ancora prima che nascesse. Oppure nel caso di Enrico (19 anni) il bisogno è quello di essere sostenuto. Il giovane infatti, in seguito al trasferimento dei genitori, vive con grande disagio l’assenza del padre e gli eccessivi impegni lavorativi della madre; la donna, troppo presa dal lavoro, non riesce ad esternare il suo amore al figlio…

Ancora, vediamo il bisogno di essere protetta nel caso di Anna (40 anni). Fin da ragazza era stata spronata dal padre all’indipendenza, senza rendersi conto che non aveva ancora gli “strumenti” che le avrebbero consentito di esserlo realmente.

E’ proprio comprendendo le motivazioni profonde nascoste dietro all’attacco di panico che questo disagio non deve essere visto solo come una patologia da curare, ma anche come un’opportunità per attuare un cambiamento necessario. E, in questa ottica, la Psicologia dei sé e il Voice Dialogue possono essere di grande aiuto, perché aiutano a raggiungere quell’equilibrio che ci renderà più autentici e veri anche attraverso la capacità di stare nel dolore. L’ascolto attivo del disagio, in tal modo, non farà più paura al sistema primario, strutturatosi a suo tempo con il compito di non farcelo sentire o vedere; sempre più si strutturerà un io cosciente che ci riapre anche alla nostra capacità di autoguarigione.

Sono allora possibili atteggiamenti che il nostro sistema primario non avrebbe permesso, per accudire i momenti di vulnerabilità e paura! Ad esempio potremo anche permetterci di rannicchiarci nella classica posizione fetale, per poi cercare al nostro interno una “isola dove non c’è dolore” e stare semplicemente lì, sapendo che quello è l’2eden” in cui possiamo rifugiarci tutte le volte che ne avvertiamo la necessità. Questa nuova capacità di autoprotezione e ascolto permetterà, a poco a poco, di riprendere a fare progetti magari a breve termine, facendo del “carpe diem” latino il primo punto del “decalogo” ipotetico, che accompagna questo processo di trasformazione e dove al secondo punto metteremo la capacità rousseniana di “perdere tempo per guadagnare tempo”, perché spesso non c’è bisogno di “fare” per stare bene, ma saper “stare” per guardarsi dentro… Perché la guarigione è dentro di noi.

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