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LE CASE, TRA CORPO E ANIMA

3Agosto 2019
by Franca Errani

La casa sui confini della sera 

oscura e silenziosa se ne sta…

(Francesco Guccini) 

Nella mia vita ho traslocato un’infinità di volte. Da bambina,  per ovvie ragioni seguivo le mutevoli vicende economiche famigliari, che rendevano necessari passaggi da case grandi – momenti favorevoli! – a case piccine, per risollevarsi dalle onde rovesce. Il movimento era amplificato da un padre esageratamente ottimista e creativo che, al minimo segnale di recupero positivo, si lanciava con inusitato ardore verso la ricerca della nuova casa grande, credo le premesse per il futuro capitombolo. 

Io le chiamo le “case d’elastico”. Un respiro tra l’ampio e il minuscolo, tra l’osare (troppo) e il successivo ritiro. Ora so che esiste un termine per definire la personalità di mio padre, termine che viene usato nel mondo aziendale: il “Cavaliere Ardente”. Ché infatti lui, mio padre, partiva lancia in resta in intraprese economiche visionarie, sorrette da idee valide (ci sono tuttora moltissime aziende – nel bolognese e non solo – che “vivono” ancora grazie alle sue idee) ma di cui lui poi si stancava: inventava nuovi progetti, nuovi prototipi, faceva promesse avventate, bruciando con queste esagerazioni il campo appena arato della iniziativa valida ma ancora acerba. Personaggio complesso, di una creatività bruciante e di incontenibile difficoltà dal punto di vista dei rapporti. 

Dunque le case seguivano l’andamento delle aziende, tra alti e bassi fragorosi ma sempre rinnovate speranze dietro l’angolo. 

La cosa bella, nei tanti traslochi, era che mio padre riusciva a trasformare in una festa anche quello verso la casa piccolissima. Il noioso evento economico che ne aveva determinato la necessità rimaneva sullo sfondo, almeno in quei momenti lì. Dunque lui ci chiamava – me e mia sorella – prendeva dei fogli e disegnava le stanze in prospettiva, proprio come fanno gli architetti. Disegnava, colorava, e intanto descriveva, ci rendeva partecipi delle meravigliose idee che avrebbe realizzato per rendere la casetta deliziosa. Colori, oggetti, disposizione dei letti, carte da parati e così via. 

Quindi non ho mai vissuto un trasloco con il senso del limite. Perché mio padre dava anima ai progetti, li rendeva vivi, giocosi, divertenti. Coltivava l’anima della casa. 

Perché anche le case sono fatte di corpo e anima. O noi gliela mettiamo dentro, ciascuno a modo suo. Ci sono case dal corpo grande ma fredde, distanti. Altre grandi e generose, accoglienti. Ci sono casette minuscole dove adori rannicchiarti, ti senti accolta, coccolata – proprio dalla casa intendo, perché magari nel frattempo gli adulti urlano. 

Anche quando sono diventata adulta, proseguendo nel ritmo ondoso vissuto da bambina, ho creato un sacco di traslochi – con tempeste meno catastrofiche, ma in ogni caso “sfidanti” come si usa dire. 

Poi, a cinquant’anni, decisi che volevo fermarmi. Addirittura comperare una casa! Ora, questa idea andava oltre ogni ardire famigliare, contraddiceva i saldi moniti paterni, il disprezzo per il “mal della cazzuola”, apriva la visione della futura catastrofe perché, nelle nostre famiglie (vado indietro nelle generazioni) “le case si sono sempre perdute” – complici soci disonesti, operazioni scriteriate o malaccorte, per finire con le bombe durante la guerra.  Avevo dietro di me generazioni di antenati creativi, creatori di ville e proprietà lussuose, ma a quanto pare incapaci di mantenerle e men che meno di passarle alle generazioni future. Una schiera un po’ bislacca di creatori-distruttori! Perché mai a me sarebbe dovuta andare diversamente? Quale boria, quale “ubris” mi animava, per voler osare su un terreno così accidentato?

Allora un giorno mi rivolsi ai miei antenati, mentre camminavo sull’argine del Santerno. Raccontai loro le mie ambasce e chiesi il loro sostegno. Che arrivò, caldo, affettuoso, un appoggio silenzioso e al tempo stesso fatto di tante voci e sorrisi. 

Così da vent’anni abito una casa che ho comperato facendo il mutuo praticamente su tutta la somma, e da vent’anni quindi non mi muovo più. All’inizio mi è sembrato strano, ma lentamente, molto lentamente ho sentito che qui si univano bene, il corpo e l’anima della mia casetta quadrata, e che qui potevo riunire le anime delle tante case trascorse, ringraziando ognuna di esse per essere stata un rifugio durante la mia crescita. 

Accanto alle case abitate a suo tempo, riunisco qui le anime delle case dei nonni, o anche di alcune casette estive che ho sentito particolarmente “mie” e che ora in gran parte non esistono più.

E tu? Hai una o più case della memoria, dell’anima, fors’anche del sogno?

 

 

Se questo articolo ti è piaciuto, grazie di condividerlo! Grazie, inoltre, per i tuoi commenti: si viaggia meglio insieme.

Franca Errani

 

Immagine: Kandinsky-Case-a-Murnau-Paesaggio-estivo

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